S. Erasmo Zinkal

 

Confessore e catechista

 

CONFESSORE ALLA CHIESA DELLA CONSOLAZIONE

Nel 1854 Don Agostino è assegnato alla centrale Chiesa della Consolazione sulla via omonima, ove la sua cattedra quotidiana diviene il confessionale e il suo unico confidente Gesù Eucaristia.

Lì, nella disponibilità piena e nell'umiltà silenziosa, egli va maturando e scavando in profondità quella grandezza spirituale che sarà sempre il suo contrassegno sacerdotale.

Lì, attraverso la grata, raccoglie sfoghi, proteste, racconti tristi e allucinanti, amarezze, sconforti, timide speranze, confidenze struggenti.

La capacità di ascolto paziente, umile, partecipe, costituiscono la chiave segreta per entrare nel mondo del penitente, nella sua storia peculiare, unica, esclusiva.

Sono il segno della sua partecipazione totale e profonda.

Lì, nel silenzio ovattato della Chiesa della Consolazione, chi si allontana dal confessionale di Don Roscelli porta in sé e con sé la certezza di aver trovato qualcuno che l'ha preso sul serio, che l'ha capito, che ha raccolto il suo fardello di miserie e che non ha esitato ad affondare le pure mani sacerdotali nel groviglio della sua matassa ingarbugliata: la certezza che il problema non è più soltanto suo.

Tutto questo perché lo sportello della grata di quel confessionale non ha mai assunto le scoraggianti sembianze del muro dell'estraneità.


CATECHISTA DEGLI ARTIGIANELLI

Nel 1855 si presenta a Don Roscelli l'occasione di conoscere Don Francesco Montebruno, il quale ha appena iniziato a raccogliere le sue prime reclute tra le vittime della strada: di quella strada dai mille tentacoli pronti a ghermire tanti ragazzi abbandonati, indifesi, coperti di cenci e di fango, che non hanno mai conosciuto la dolcezza del bacio materno né il tiepido conforto del rifugio familiare ed ai quali non resta altra alternativa che l'ozio, il turpiloquio e la facile china verso il vizio, il furto, il delitto...

Tale fervore di zelo apostolico ha un'influenza determinante sull'animo di Don Agostino, che decide di diventare diretto collaboratore di Don Montebruno, trasferendo la propria abitazione nell'Istituto da costui fondato, ossia quello degli Artigianelli, o «Artigiani di Nazareth», al N. 42 di Via Mura di Santa Chiara, nella zona di Carignano.

Anche qui la sua è un'azione silenziosa, discreta, rispettosa, poco appariscente, svolta tutta all'ombra del Direttore.

I ragazzi sono affidati alla sua tutela nel momento più impegnativo: quello della ricreazione ed il suo ruolo principale, presso di loro, è quello di catechista. Ruolo scabroso, delicato, arduo, soprattutto tra quelle birbe raccolte negli angoli più sordidi dei vicoli oscuri o sugli orli dei più malfamati marciapiedi nel dedalo del centro storico.

Don Agostino non si lascia scoraggiare dai bruschi rifiuti, né sbaragliare dalle resistenze più ostinate: sa seminare con fiducia ed attendere con pazienza.

Non discrimina i destinatari del dono della parola di Dio: la offre a tutti senza escludere nessuno, con pacata serenità, senza fretta.

Non è divorato dall'ansia di vedere i risultati delle proprie fatiche, né dall'ossessione di contarne i frutti.

È convinto che certi raccolti hanno bisogno di tempi lunghi: l'esperienza della famiglia contadina in cui è vissuto gli ha insegnato molte cose.

Sa, pertanto, che quanto succede dentro al solco sfugge all'osservazione e, per fortuna, anche alla curiosità.

E convinto che quel seme che egli insinua in quei poveri cuori induriti al bene e stroncati dall'abbandono non può andare distrutto.

Sa che anche i più renitenti lo porteranno, vitale ed efficace, dentro di sé, destinato a germogliare un giorno, a distanza, forse, di anni...

... E lui, l'umile catechista, non ne saprà mai niente, perché non ha la pretesa di controllare ciò che prodigiosamente avviene in profondità.

 

 

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