S. Erasmo Zinkal

LO STRUGGENTE INTERROGATIVO

II felice esito del primo esperimento concreto pone l'instancabile Sacerdote di fronte al più struggente ed impegnativo interrogativo di tutta la sua vita.

Non si potrebbero trasformare le due Case Laboratorio, già felicemente avviate, in un Istituto Religioso dedito all'educazione e all'istruzione delle ragazze del popolo?

Chi, però, può assicurarlo che l'ardimentoso progetto da lui accarezzato rientra effettivamente nei disegni di Dio?

Inoltre, dove trovare i mezzi materiali per una simile realizzazione?

In questo tormentoso e cruciale frangente, che riassume in sé tutto il significato e il frutto del suo ministero sacerdotale, Don Roscelli non viene meno al suo stile consueto: nascondersi a se stesso e agli altri, per lasciar fare tutto e solo a Dio.

Questo non certo, però, per inerzia, perché, come sempre, egli è pronto a rimetterci tutto di se stesso, piuttosto che abbandonare il campo.

 

L'ORA DI DIO

Nel 1875 Don Roscelli si rivolge candidamente al Sommo Pontefice Pio IX esponendogli, in tutta umiltà, i propri intenti e le proprie difficoltà.

Il Santo Padre, con la benedizione apostolica «Deus benedicat te et omnia opera tua bona», gli invia la simbolica somma di Lire cento.

L'ammirevole Sacerdote non ha bisogno di altro per intuire che è terminato il tempo dell'attesa e che è giunto quello dell'azione.

E questo il destino delle cose grandi. Generalmente, esse, più che esplodere, si costruiscono lentamente, pazientemente, con la fede e con l'inesausta fiaccola della speranza. Finché arriva l'ora di Dio. Allora si impongono all'attenzione e assumono un compito che ne rivela il carisma e, diciamolo pure, la grandezza e l'eccezionalità.

Nel giro di poco più di un anno è ultimata la sospirata casa al N. 5 di Via Volturno, pronta ad accogliere, il 15 ottobre 1876, le prime otto Maestre, sei delle quali il giorno 22 dello stesso mese ricevono l'abito religioso per mano del loro Fondatore, assumendo il nome di

SUORE DELL'IMMACOLATA.

Come mai questo titolo?...

La definizione del dogma dell'Immacolata Concezione della Vergine, proclamata pochi anni prima da S.S. Pio IX, non è certo una circostanza fortuita per Don Agostino, che anzi si conferma decisamente nell'idea di dedicare l'Opera da lui incrementata e diretta proprio a Lei, all'Immacolata, alla cui protezione egli aveva, in modo particolare, affidato l'andamento e l'esito della sua meditata, auspicata e sofferta impresa spirituale e che, senza mai deluderlo, gli aveva maternamente spianato la strada, guidando ed illuminando tutti i suoi passi.

Da questo momento, cioè ancora per ventisei anni, Don Roscelli, dalla sua povera stanzetta di Via Volturno prima e di Via Lavinia poi, conduce, consolida e dilata il suo Istituto, tanto che le Case da lui fondate a Genova, nell'entroterra ligure ed in Piemonte, raggiungono il numero di ventidue tra Scuole, Collegi, Asili e Ospedali.

E sempre e tutto con immutato stile: senza chiasso, senza esibizioni di alta strategia, senza presa di posizioni, ma con mano ferma, con mente illuminata e con direzione precisa.

Nel contempo continua ad assolvere i vari incarichi ministeriali a lui affidati ed attende a meditare e ad elaborare scrupolosamente le Costituzioni delle Suore dell'Immacolata, che ottengono l'approvazione «ad experimentum» da S.E. Mons. Salvatore Magnasco, allora Arcivescovo di Genova, nel 1891.


LUMINOSO TRAMONTO

«II suo tramonto fu degno della sua vita» disse di lui S.E. il compianto Cardinale Giuseppe Siri.

«Aveva sempre fatto penitenza, aveva sempre e solo accettato il cibo dei poveri, non aveva avuto riscaldamento e tremava dal freddo...».

Gli ultimi quattro anni dalla sua lunga esistenza, che non ha conosciuto soste né riposo nonostante il peso dell'età e dei numerosi acciacchi, sono vissuti da Don Roscelli nella nuova residenza di Via Lavinia, sui colli di Albaro, divenuta dal 1898 sede della Casa Generalizia dell'Istituto.

«Diventato completamente cieco» è ancora il Cardinale Giuseppe Siri a parlare «non se ne lamentò mai, anzi, continuò a fare tutto ciò che può fare un cieco, ed era il più: confessare, dirigere le anime, pregare, accettare con pazienza, perdonare con generosità, provvedere al suo Istituto...».

Nell'aprile del 1902 i dolori si aggravano, non può più lasciare il letto.

Si affaccia, inesorabile, la grande e decisiva ora del tramonto, che trova il forte animo dell'umile Sacerdote serenamente e luminosamente preparato all'auspicato volo verso l'eternità.

Logica ed immancabile conclusione di quel dialogo continuo, sereno e pacato con la morte, in cui può essere compendiato il suo laborioso passaggio sulla terra.

La morte, tutti lo sappiamo, è sempre un atto di prova del valore di una vita.

È il momento supremo e tremendo della verità nuda, cioè spogliata di tutto ciò che si alimenta solo di apparenza.

E il fissarsi nell'eterno di quello che uno è stato nel tempo.

È l'emergere dell'assoluto dal relativo.

E il dileguarsi rapido di ciò che è stato solo fumo per lasciare allo scoperto, in piena luce, l'autentica dimensione spirituale e morale di un'intera esistenza.

Ebbene: quando tale dimensione trascende i limiti dell'umano, la morte diventa rivelatrice di valori destinati a sottrarsi al calare inesorabile del coperchio del silenzio, sotto il quale si azzerano tutte le cifre e si polverizzano tutte le cose della terra, per lasciar vivere nel ricordo solo quelle del cielo.

Così è la morte delle anime grandi, come grande fu l'anima di Don Agostino Roscelli.

Grande proprio della sua apparente piccolezza.

Grande perché fece cose grandi senza proporselo e senza saperlo.

Grande, cioè, della grandezza degli umili.

Così è la morte dei Santi, e tale è stata quella di Don Agostino Roscelli, avvenuta la sera del 7 maggio 1902, mentre i rintocchi festosi della campana di San Francesco d'Albaro, rincorrendosi a distesa nell'azzurro dello spazio, annunciavano i primi Vespri dell'Ascensione del Signore...

E fu una morte dai toni pacati e sommessi, priva di ogni grandiosità, così, come indubbiamente Don Roscelli l'aveva presagita e tacitamente desiderata e come con toni pacati e sommessi si era svolta tutta la sua vita terrena.

 

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