S. Erasmo Zinkal

AMBIENTE SANITARIO

La sacralità della vita
    Nella società attuale si è ormai diffusa una preoccupante visione dell’uomo, secondo la quale l’individuo è un insieme di capacità, per cui vale secondo ciò che può fare, e nel momento in cui queste capacità non ci sono, o non ci sono più, la stessa dignità dell’uomo viene meno.
     È una mentalità che produce diverse conseguenze, altrettanto preoccupanti.
     Oggi si tende sempre più a parlare di «qualità della vita», da intendersi come quell’insieme di circostanze che permettono di raggiungere un adeguato livello di salute fisica, psichica, sociale; inoltre si va diffondendo il cosiddetto «diritto alla salute», che deve essere tutelato e promosso.
     Se a questi concetti non si affiancano valori profondi, che guardino la persona nella sua globalità, il risultato è semplicemente il culto del benessere; se infatti si cerca solo il proprio edonistico benessere non c’è più alcun limite a questo diritto alla salute. In Italia abbiamo appena finito di discutere intorno alla procreazione assistita, ma ricordiamo che l’aborto viene pienamente giustificato proprio da chi sostiene il diritto alla salute ad ogni costo: per garantire la salute della madre, è lecito anche uccidere il figlio.
     Il problema in effetti dovrebbe essere impostato in modo diverso, sarebbe meglio parlare non tanto di diritto alla salute, ma di diritto alle cure, e chiedersi cosa fare concretamente perché tutti possano accedervi. Ma pensare in questi termini significa considerare la salute dell’uomo come qualcosa che va ben oltre il benessere del corpo, e non parlare di qualità, bensì di «sacralità della vita».
     Ogni esistenza umana è degna di essere accolta, tutelata e promossa, perché è valore in sé, perché, dal primo istante del suo sorgere, fino al suo decadere, l’uomo è figlio di Dio, amato dall’eternità e redento dal Sangue prezioso di Cristo.
     Diversamente, la medicina diventa una religione, si cerca nelle cure mediche la vera redenzione, la risposta alle proprie sofferenze, e il dolore non guarito rimane solo una fonte di afflizione. Il nostro Fondatore ci chiedeva di porci accanto all’uomo che soffre, diceva che la missione delle infermiere non è tanto quello di curare il corpo, ma di salvare l’anima, e di tendere a questo fine con tutte le proprie azioni (cfr Dir 181). È una testimonianza grande, quella di offrire sempre e comunque amore, rispetto, dignità, anche quando le capacità vengono meno, anche quando le speranze sembrano svanire. È poter dire con le azioni: «La vita è sacra, io la servo perché è dono del Signore».

Sr. M. Germana

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