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Don Agostino Roscelli uomo

      Una descrizione attenta e analitica della vita di Don Roscelli, uomo e Sacerdote, porta a evidenziare alcuni suoi tratti peculiari e inconfondibili: umiltà e silenzio, fedeltà e laboriosità, nascondimento e raccoglimento. Della sua vita, molto, moltissimo rimane come sigillo nel segreto di un'intimità tanto ricca quanto discreta.

    L'uomo della preghiera.  La preghiera è stata la sua vita; nella preghiera egli aveva un tale contegno da ispirare devozione in chi lo vedeva. Spesso, per trovarlo, bisognava cercarlo in chiesa, dove trascorreva lunghe ore in ginocchio a colloquio col Signore. Era sempre occupato, ma sapeva trovare tante ore da trascorrere davanti al Tabernacolo. Lavorava pregando, ma solo dopo aver pregato in ginocchio.

    L'uomo del confessionale.  Don Roscelli è stato a ragione definito " l'eroe del confessionale ". Egli cominciò a esercitare il ministero con naturale trasporto e poi con sempre maggior zelo nella Chiesa della Consolazione, nel centro cittadino. Lì, nella disponibilità a tutta prova, maturò la sua grandezza spirituale. Lì attraverso la grata raccolse sfoghi, proteste, racconti tristi e disperati, amarezze, sconforti, timide speranze e confidenze struggenti, Lì imparò l'arte del condurre le anime nelle vie dello Spirito e della consacrazione totale della vita al Signore.

    L'uomo della fedeltà alla Chiesa. In Seminario era stato compagno di studi di quel Cristoforo Bonavino che in seguito si sarebbe allontanato dalla Chiesa per abbracciare la causa del razionalismo, con lo pseudonimo di Ausonio Franchi. La tentazione di questa e di altre deviazioni non sfiorò mai lo spirito del Roscelli, sempre serenamente equilibrato ed educato alla scuola di grandi maestri di sincera fedeltà alla Chiesa, quali Monsignor Antonio Maria Gianelli, Mons. Salvatore Magnasco, Don Giuseppe Frassinetti, Don Luigi Sturla.

    L'uomo della carità pastorale. Don Roscelli è stato Prete per la gente e in mezzo alla gente, condividendone gioie e dolori, problemi, disagi e speranze.  L'ardente passione per il sollievo anche materiale dei poveri lo portò a collaborare con Don Francesco Montebruno nell'opera degli Artigianelli, sorta a vantaggio dei ragazzi abbandonati e dispersi per i sobborghi della città, nella difficile epoca dell'industrializzazione. Convinto che ciò non potesse bastare si mosse con tenacia e prontamente aprendo case laboratorio per ragazze e donne in difficoltà.  Accettò l'invito a prestare servizio come cappellano nelle carceri di Sant'Andrea per portare sollievo spirituale e materiale a quanti vi gemevano in condizioni spesso disumane.  Assunse anche l'incarico di cappellano del Brefotrofio cittadino,non esitando a farsi carico delle tristi vicende di migliaia di piccole creature abbandonate.