S. Erasmo Zinkal

L'edificio romanico sorse in Albaro più di otto secoli fa, per iniziativa di facoltosi cittadini genovesi, che lo affidarono ai canonici riformati della Ecclesia di Santa Croce di Mortara; questi erano chierici, cioè sacerdoti, diaconi o semplici frati, che, professando la regola di Sant'Agostino, conducevano vita comune.

La forza di questa istituzione era la solida coesione interna e la serietà dell'osservanza religiosa e regolare. Di ciò è eloquente il fatto che più di un canonico mortariense ricevette la dignità episcopale e almeno due di loro raggiunsero gli onori degli altari.

Augurando a tutti una serena e gioiosa estate, si avverte che la chiesa di S. Maria del Prato rimarrà chiusa nei mesi estivi da domenica  30  giugno compresa.

-  La prossima apertura verrà comunicata  -

 

 

La chiesa di Santa Maria del Prato sorge nella zona di S. Francesco d'Albaro e precisamente all'angolo tra Piazza Leopardi e la stretta Via Parini verso la quale è volta la facciata, mentre dalla piazza è visibile soltanto la disadorna fiancata nord, assai poco appariscente.

 

 

*Esterno

*Interno

*Chiostro

*Torre campanaria

Nuovi restauri: lunetta

sarcofago di Angelerio De Camilla

Il nome assegnato inizialmente alla costruzione e che continuò ad esserle ufficialmente riconosciu- to per quattro secoli secondo la testimonianza di scrittori e cronisti accreditati, fu quello di  Santa Maria di Albaro. Siccome, però , la località in cui è ubicata la chiesa era, fino al secolo XVIII, completamente disabitata ed occupata da una vasta area erbosa, con l'andare del tempo il monumento cominciò ad essere indicato, con gergo volgare, mediante l'appellativo di Santa Maria del Prato: appellativo che conserva tuttora, anche se, al posto del "prato", si estende un popoloso e signorile quartiere urbano.

 

Costruzione e successivi rifacimenti

      La chiesa di Santa Maria del Prato fu fondata nel 1172 durante il consolato di Sigismondo Muscula, quale Priorato dell'Ordine Mortariense di Santa Croce che, sorto nel 1083 ad opera di Don Adamo di Mortara, brillava in quel tempo per santità e dottrina. Nel 1449, però, essendosi i Mortariensi fusi con i Canonici Lateranensi, anch'essi agostiniani, Santa Maria di Albaro venne affidata in commenda ad ecclesiastici secolari e, da quell'anno, incominciò il triste periodo della sua decadenza, aggravatosi sensibilmente nei due secoli seguenti. Quando, finalmente, nel 1730 fu nominato Priore ed Abate di S. M. di Albaro Monsignor Carlo Maria de Fornari, iniziò per la semidistrutta chiesa un periodo di riviviscenza e di radicale ripristino, giacchè il suddetto Monsignore diede impulso, a proprie spese, a lavori di rifacimento su vasta scala, imprimendo alle sobrie linee romaniche dell'edificio una struttura settecentesca, ispirata ad un'epoca in cui non si tollerava il nudo squallore della dura pietra da taglio. Tale lavoro, deprecabile dal punto di vista artistico, fu però provvidenziale per la buona conservazione delle parti originali che, diversamente, sarebbero andate, durante le successive peripezie, irreparabilmente distrutte e per sempre. Dopo un periodo di discreto benessere con l'Abate Luigi Vincenzo Martini e, nel 1846 l'Abate Francesco Poggi, l'Abbazia godette ancora trentaquattro anni di discreta vitalità ma, con la sua morte, avvenuta nel 1880, essendo declinata, dopo il 1850, la prosperità economica dei de Fornari ed alleggerita sensibilmente, per conseguenza, la retribuzione annua a vantaggio dell'Abbazia, Santa Maria del Prato (questo era, ormai, il nome riconosciuto alla chiesa) venne chiusa al culto fino al 1888, anno in cui fu acquistata dalle Suore Clarisse, le quali, rimaste nell'attiguo convento per circa quarant'anni, praticarono una vasta apertura nel muro laterale destro mediante la quale, attraverso una grata, potevano assistere alle sacre funzioni dal coro, che costruirono sacrificando la parte nord-ovest del chiostro. Nel 1935, essendosi fatte eccessivamente esigue le entrate del Monastero, le Clarisse abbandonarono Santa Maria del Prato e la chiesa cessò di essere officiata.

La Soprintendenza ai Monumenti colse allora l'occasione per iniziare i primi sondaggi, i quali diedero i risultati sperati ed indicarono chiaramente la possibilità di riportare alla luce tutti gli elementi romanici della chiesa, più volte modificata nel corso dei secoli. Venne così elaborato, sotto la direzione dell'Architetto Prof. Carlo Ceschi, un progetto di restauro totale, definito in tutti i suoi particolari e tale da restituire alle sue linee essenziali uno dei più importanti monumenti romanici della nostra città. Tale progetto comportava il ripristino delle strutture antiche di cui si fossero posseduti elementi sicuri, escludendo a priori ogni arbitrario rifacimento. Si trattava, evidentemente, di un'impresa di grandissima importanza e responsabilità che esigeva, per la sua attuazione, disponibilità e mezzi, competenza, coraggio e costanza non certo indifferenti. A realizzarla furono le Suore dell'Immacolata di Genova, per iniziativa dell'allora Madre Superiora Generale Suor Maria Innocenza Vassallo.

I lavori, condotti sotto la direzione del Prof. Carlo Ceschi ed affidati alla perizia del Prof. G. Raitano, iniziati nel 1940 e sospesi nel 1942 a causa della guerra, furono ripresi nel 1947 e terminati nel 1950. Nel 1951 venne infine restaurata la torre campanaria.

 

*Struttura architettonica

     Santa Maria del Prato costituisce un esempio notevole delle prime costruzioni romaniche in cui siano visibili accenni ed accenti gotici, fusi in unità costruttiva stilisticamente valida. Tutta la costruzione, sia all'esterno che all'interno, è in pietra viva squadrata e lavorata in bozze martellinate.  La pianta della chiesa è di derivazione basilicale, con tre navate, tre absidi ed il transetto, il cui inizio non si pronuncia all'esterno, dove invece sono pienamente aggettanti le tre absidi semicircolari.

*Esterno

*Interno

*Chiostro

*Torre campanaria

Nuovi restauri: lunetta

sarcofago di Angelerio De Camilla

 

"...Non tutti sono chiamati ad essere artisti nel senso specifico del termine. Secondo l'espressione della Genesi, tuttavia, ad ogni uomo è affidato il compito di essere artefice della propria vita: in un certo senso, egli deve farne un'opera d'arte, un capolavoro".

Dalla lettera agli artisti di Giovanni Paolo II

 

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