Il nome assegnato inizialmente alla costruzione e che continuò ad esserle ufficialmente riconosciuto per quattro secoli secondo la testimonianza di scrittori e cronisti accreditati, fu quello di Santa Maria di Albaro. Siccome, però , la località in cui è ubicata la chiesa era, fino al secolo XVIII, completamente disabitata ed occupata da una vasta area erbosa, con l'andare del tempo il monumento cominciò ad essere indicato, con gergo volgare, mediante l'appellativo di Santa Maria del Prato: appellativo che conserva tuttora, anche se, al posto del "prato", si estende un popoloso e signorile quartiere urbano.
*Costruzione e successivi rifacimenti
La chiesa di Santa Maria del Prato fu fondata nel 1172 durante il consolato di Sigismondo Muscula, quale Priorato dell'Ordine Mortariense di Santa Croce che, sorto nel 1083 ad opera di Don Adamo di Mortara, brillava in quel tempo per santità e dottrina. Nel 1449, però, essendosi i Mortariensi fusi con i Canonici Lateranensi, anch'essi agostiniani, Santa Maria di Albaro venne affidata in commenda ad ecclesiastici secolari e, da quell'anno, incominciò il triste periodo della sua decadenza, aggravatosi sensibilmente nei due secoli seguenti. Quando, finalmente, nel 1730 fu nominato Priore ed Abate di S. M. di Albaro Monsignor Carlo Maria de Fornari, iniziò per la semidistrutta chiesa un periodo di riviviscenza e di radicale ripristino, giacchè il suddetto Monsignore diede impulso, a proprie spese, a lavori di rifacimento su vasta scala, imprimendo alle sobrie linee romaniche dell'edificio una struttura settecentesca, ispirata ad un'epoca in cui non si tollerava il nudo squallore della dura pietra da taglio. Tale lavoro, deprecabile dal punto di vista artistico, fu però provvidenziale per la buona conservazione delle parti originali che, diversamente, sarebbero andate, durante le successive peripezie, irreparabilmente distrutte e per sempre. Dopo un periodo di discreto benessere con l'Abate Luigi Vincenzo Martini e, nel 1846 l'Abate Francesco Poggi, l'Abbazia godette ancora trentaquattro anni di discreta vitalità ma, con la sua morte, avvenuta nel 1880, essendo declinata, dopo il 1850, la prosperità economica dei de Fornari ed alleggerita sensibilmente, per conseguenza, la retribuzione annua a vantaggio dell'Abbazia, Santa Maria del Prato (questo era, ormai, il nome riconosciuto alla chiesa) venne chiusa al culto fino al 1888, anno in cui fu acquistata dalle Suore Clarisse, le quali, rimaste nell'attiguo convento per circa quarant'anni, praticarono una vasta apertura nel muro laterale destro mediante la quale, attraverso una grata, potevano assistere alle sacre funzioni dal coro, che costruirono sacrificando la parte nord-ovest del chiostro. Nel 1935, essendosi fatte eccessivamente esigue le entrate del Monastero, le Clarisse abbandonarono Santa Maria del Prato e la chiesa cessò di essere officiata.
La Soprintendenza ai Monumenti colse allora l'occasione per iniziare i primi sondaggi, i quali diedero i risultati sperati ed indicarono chiaramente la possibilità di riportare alla luce tutti gli elementi romanici della chiesa, più volte modificata nel corso dei secoli. Venne così elaborato, sotto la direzione dell'Architetto Prof. Carlo Ceschi, un progetto di restauro totale, definito in tutti i suoi particolari e tale da restituire alle sue linee essenziali uno dei più importanti monumenti romanici della nostra città. Tale progetto comportava il ripristino delle strutture antiche di cui si fossero posseduti elementi sicuri, escludendo a priori ogni arbitrario rifacimento. Si trattava, evidentemente, di un'impresa di grandissima importanza e responsabilità che esigeva, per la sua attuazione, disponibilità e mezzi, competenza, coraggio e costanza non certo indifferenti. A realizzarla furono le Suore dell'Immacolata di Genova, per iniziativa dell'allora Madre Superiora Generale Suor Maria Innocenza Vassallo.
I lavori, condotti sotto la direzione del Prof. Carlo Ceschi ed affidati alla perizia del Prof. G. Raitano, iniziati nel 1940 e sospesi nel 1942 a causa della guerra, furono ripresi nel 1947 e terminati nel 1950. Nel 1951 venne infine restaurata la torre campanaria.
*Struttura architettonica
Santa Maria del Prato costituisce un esempio notevole delle prime costruzioni romaniche in cui siano visibili accenni ed accenti gotici, fusi in unità costruttiva stilisticamente valida. Tutta la costruzione, sia all'esterno che all'interno, è in pietra viva squadrata e lavorata in bozze martellinate. La pianta della chiesa è di derivazione basilicale, con tre navate, tre absidi ed il transetto, il cui inizio non si pronuncia all'esterno, dove invece sono pienamente aggettanti le tre absidi semicircolari.
*Esterno
La
facciata è monofastigiata e tripartita da due lesene che corrispondono ai due
allineamenti di pilastri dell'interno; il tetto è a capanna. L'unico, elegante
portale ha l'architrave in pietra, adorno di una cornice di foglie; la sua
strombatura è suddivisa in due successive riseghe, nelle quali sono inserite
delle colonnine marmoree (due per ogni lato), sovrastate da eleganti capitelli
di imitazione corinzia con duplice ordine di foglie richiamanti quelle
dell'architrave, delicate volute angolari ed una piccola pigna, inserita in ogni
lato tra le volute.
L'arco del portale è a sesto lievemente acuto o
pre-gotico, sottolineato alternativamente da due corduli che poggiano sui
capitelli delle colonnine e da due gradoni rientranti: il tutto fa da cornice ad
una lunetta con un affresco protetta da un vetro, unica decorazione pittorica
della chiesa, raffigurante la Vergine col Figlio ed Angeli, di evidente influsso
bizantino, attualmente in grave stato di deterioramento. Nella parte superiore
della facciata si apre un finestrone centrale con arco ad ogiva all'esterno,
delineato da una ghiera di conci bicromi (e a tutto sesto nella parte interna) e
fiancheggiato da due monofore laterali.
La fiancata nord, visibile da Piazza Leopardi, è di una semplicità che rasenta lo squallore, priva di qualsiasi elemento decorativo ed indubbiamente monotona nel grigiore della sua massa, interrotto soltanto da rare monofore a feritoia, distribuite assimetricamente ed aperte al solo scopo di lasciar trapelare un po' di luce all'interno. Su questo lato, una sola porta, di modeste dimensioni, consente, dalla piazza, l'accesso alla chiesa.
Sulla fiancata sud, attigua al chiostro, si aprono invece due porte: una di proporzioni maggiori, sormontata da un arco a tutto sesto e situata al termine della navata destra, l'altra, più piccola, non conforme alla struttura originale della chiesa, ma aperta (unico arbitrio in tutta la costruzione) per esigenze della Comunità delle Suore dell'Immacolata.
Le tre absidi, semicircolari, sono adorne, nella parte superiore, di un coronamento di archetti pensili collocati in aggetto sotto gli spioventi e poggianti su mensole lisce. Nella parte inferiore sporge solo l'alto zoccolo dal quale, all'incontro di ciascuna abside con quella attigua, partono due lesene che si riuniscono, in alto, con il coronamento. Sull'abside centrale si aprono sei monofore e su ciascuna delle laterali due: tutte sono a sesto lievemente acuto e con uno sguancio molto accentuato.