S. Erasmo Zinkal

Secondo Volume:

 

Virtù e argomenti vari

 

LA VIRTÙ DELLA SPERANZA

La seconda delle virtù teologali è la SPERANZA. Di questa noi parleremo stasera e vedremo: che cosa sia questa virtù; quali cose dobbiamo noi sperare da Dio; quanto essa sia necessaria e come sia necessario esercitarsi nei suoi atti; infine su quali motivi si poggia; il tutto con la massima brevità per non abusare troppo della vostra pazienza.

Due mali causò nell'uomo il peccato originale: 1) lo rese cieco togliendogli la vista; 2) lo rese debole togliendogli le forze. Ora che fece la misericordia di Dio per rimediare a questi due mali? Infonde la fede per illuminare le tenebre della sua mente; e gli dona la speranza per rinvigorire la debolezza della sua volontà. La speranza dunque è come la fede un dono di Dio, dono soprannaturale che noi non abbiamo meritato con le nostre forze naturali, ma che gratuitamente ci ha dato il Signore insieme con la fede e con la carità nel santo Battesimo; dono di cui sono privi tutti quelli che non hanno avuto la sorte di essere lavati, come noi, nelle acque battesimali. Per mezzo di questo dono inestimabile, per i meriti di Gesù Cristo e mediante la divina grazia, con le nostre buone opere noi aspettiamo con ferma fiducia, la beatitudine eterna del Paradiso; e l'aspettiamo per ché Dio onnipotente, misericordioso e fedelissimo ce l'ha promesso. Oh! bella e santa virtù della Speranza! Tutti, dunque, nobili e plebei, ricchi e poveri, dotti ed ignoranti, debbono sperare il Paradiso? Sì, tutti, non solamente quelli che si sono sempre conservati nell'innocenza, ma anche quelli che l'hanno perduta col peccato e sono attualmente peccatori, purché vogliano emendarsi. Chi l'avrebbe mai creduto, se non l'insegnasse la divina scrittura e la fede, che tutti indistintamente possano e debbano sperare di essere un giorno ammessi al pieno e pacifico possesso di quel bene infinito, di quella felicità e gloria che supera ogni desiderio e che non avrà mai più fine? Eppure è così. Tutti, mie dilettissime, tutti noi, lavati dall'acqua del santo Battesimo, dopo questa breve, brevissima vita, dobbiamo sperare di andare a godere Dio eternamente nel cielo. Benedetto dunque l'uomo, esclama il profeta Geremia, che confida nel Signore e di cui il Signore è la sua speranza.

Egli sarà simile ad un albero piantato lungo la sponda di un fiume che, stendendo le sue radici verso le acque, non temerà l'arsura dell'estate, cioè l'inferno. Le sue foglie, cioè i suoi santi desideri, saranno sempre verdi, cioè animati da una viva speranza; non sarà sollecito ed inquieto nel tempo della siccità, cioè della tribolazione e dell'aridità di spirito, né cesserà mai di fare il suo frutto, cioè di operare il bene.

Ho detto che dobbiamo sperare, perché, come nessuno può entrare in cielo senza la fede, così nessuno può entrarvi senza la Speranza.

Come al cristiano è indispensabile la Fede per potersi salvare, così è necessaria la Speranza. S. Paolo infatti, non solamente ha detto, che bisogna credere che vi è un Dio, ma anche che Egli è rimuneratore, vale a dire che da Lui dobbiamo aspettare le eterne ricompense. Guai a coloro, dice lo Spirito Santo nell'Ecclesiastico, che non confidano in Dio; guai a quelli che hanno perduto la fermezza della loro speranza, perché Dio non li proteggerà, e se Dio non li protegge, essi sono perduti in eterno.

Eppure in questa materia della speranza vi è d'ordinario dell'inganno. Tra le anime buone e timorate, ve ne sono poche che non abbiano orrore di tutto ciò che può ferire in qualche modo la fede o anche qualche virtù morale; ma non tutte hanno poi lo stesso orrore intorno a ciò che può offendere e ferire la Speranza. Si sentirebbero agitate da grandissimi scrupoli, se avessero formulato il minimo dubbio contro la Fede, se si fossero volontariamente fermate in qualche pensiero contrario alla castità, ma, per una stravagante indifferenza, non temono affatto, non dirò di indebolire, ma di distruggere quasi la santa Speranza. Abbandonano il loro spirito a mille inquietudini, a continue diffidenze della divina bontà. « Per me - vanno dicendo talvolta - è inutile che speri di salvarmi, non mi posso aspettare altro da Dio che le pene eterne ». Non sapete, o anime spensierate e diffidenti, io vorrei dire a costoro, non sapete che senza la Speranza nessuno si può salvare, come nessuno può salvarsi senza la Fede? Che la Fede senza la Speranza è del tutto inutile, e che non solamente Iddio ci comanda di avere e di nutrire speranza, ma anche di fortificarla e farla crescere in noi. La Santa Chiesa, che è illuminata e guidata dallo Spirito Santo, è tutta sollecita di chiedere a Dio non solamente l'accrescimento della fede e della carità, ma anche della Speranza, perché il dover sperare nella divina misericordia non è un consiglio, ma è un precetto. Quel Dio che vuole che crediamo in Lui e ci comanda di amarlo con tutto il cuore, ci comanda ancora di avere in Lui una grande fiducia: sperate in Domino. Infatti, noi, vediamo che Gesù Cristo, divino Maestro, aveva somma premura di allontanare dal cuore dei suoi discepoli ogni diffidenza, stabilendovi una viva speranza. « Non si turbi, diceva loro, il vostro cuore. Credete in Dio e credete in me. Voi sarete oppressi nel mondo da molte e diverse sciagure, ma confidate, Io ho vinto il mondo ». Questa dottrina uscita dalla bocca del Salvatore era quella che non cessavano mai gli Apostoli di inculcare ai primi fedeli, animandoli a mettere nelle mani di Dio ogni loro agitazione ed affanno, ritenendo per certo che Egli ha cura di noi, che è fedele nelle sue promesse e che non permette mai che noi siamo tentati sopra le nostre forze; che, anzi, farà sì che la tentazione ci torni a vantaggio, poiché Egli è potente e può fare in noi molto più di quello che noi gli domandiamo e pensiamo.

E' vero che vi furono nei tempi passati dei falsi mistici, i quali non ritenevano virtù il servire Dio per la speranza della eterna ricompensa, e dicevano cattiva l'intenzione di chi ama Dio, perché gli dia la vita eterna, ma essi furono in grande inganno e le loro dottrine furono condannate e perseguitate dalla Chiesa. E con ragione: poiché, se bramare l'eterna beatitudine fosse cosa non buona; se fosse vizioso operare per conseguire la gloria del Paradiso, Iddio infinitamente buono e sapientissimo, non l'avrebbe mai proposta come ricompensa e premio ai fedeli suoi servi.

Vi furono anche dei falsi spirituali, che sotto pretesto di innalzare le anime ad una perfezione più sublime, le volevano staccate da ogni desiderio di vita eterna e da ogni speranza di celeste beatitudine; ma anche questi caddero in grande errore, poiché è fal-sissimo che la perfezione cristiana sia impedita dalla speranza della gloria del cielo. Perfetto, certamente, era l'apostolo S. Paolo quando, vinto dalla violenza del divino amore, bramava sciogliersi dal corpo per unirsi con Cristo in Paradiso.

Perfetta era una S. Teresa, un S. Francesco, un S. Agostino e tanti altri grandi santi; eppure tutti questi, principalmente nel fiore della loro vita, come cervi assetati che anelano alle fonti delle acque, erano portati dai desideri più veementi al godimento del loro Signore.

La carità perfetta non deprime i moti della Speranza, anzi maggiormente li stimola, essendo proprietà dell'amore unire l'amante con l'amato, almeno con i desideri se non può sempre col fatto.

Tutti, dunque, dobbiamo avere grande fiducia nel Signore, dobbiamo sperare: Iddio non è ingiusto, né si dimentica delle opere nostre e, se noi persevereremo fino alla fine nel suo santo servizio, ci darà, un giorno sicuramente, quella gloria che ci ha promesso nell'altra vita.

« Questa è quella corona di giustizia, dice l'apo stolo S. Paolo, che, dopo il corso e il combattimento della vita presente, sta preparata per noi, e che Cristo giudice darà non solo a me, ma, anche a tutti quelli che attendono la sua venuta. Questa speranza in Dio è necessaria a tutti per necessità di precetto: manifestata in più parti della divina Scrittura ». « Sperate nel Signore - dice il reale salmista -: sperate in quella grazia che vi si offre da Dio ». « Comanda ai ricchi, soggiunge San Paolo al suo Timoteo, che non mettano la loro speranza nelle false ricchezze ma nel Dio vivo ».

Supposto, dunque, l'obbligo che tutti abbiamo di sperare nella divina bontà e misericordia, quando è, direte voi, che siamo noi tenuti ad esercitarci in atti di cristiana speranza? Il precetto della speranza obbliga, come gli altri precetti, per sé e per le circostanze. Per sé: ogni cristiano è tenuto a fare atti di speranza, quando è arrivato all'uso perfetto di ragione, vale a dire, quando, dopo essergli stata proposta, conosce quella eterna beatitudine a cui siamo tutti destinati.

Allora deve tendere ad essa come a suo ultimo fine e condurre una vita tale da poterla conseguire. Secondariamente il cristiano è tenuto a fare atti di speranza, quando si trovasse in tempo di disperazione, perché quello stesso precetto che obbliga a sperare in Dio, obbliga ugualmente a non disperare mai di Lui. In terzo luogo si devono fare atti di speranza in pericolo di morte, perché allora più che mai urgono i precetti che riguardano Dio immediatamente. E finalmente, si devono fare atti di speranza di quando in quando, nel corso della vita, affinché l'uomo sia ben disposto a fare il bene e a fuggire il male.

Per le circostanze poi, questo precetto obbliga, quando si devono praticare quelle virtù che non si possono esercitare senza gli atti di speranza, come l'orazione e la penitenza. Finalmente, dobbiamo fare atti di speranza ogni qualvolta insorge una così grave tentazione, che non può superarsi senza rinforzare l'animo con un atto di speranza. In tutti questi casi l'anima cristiana deve gettarsi nelle braccia amorose del suo Signore e confidare in Lui, sperando, con la sua grazia, che arriveremo un dì a goderlo lassù nella gloria del cielo.

Ma su che cosa mai, direte voi, dobbiamo noi fondare questa ferma confidenza di ottenere un bene sì grande, come è la gloria del cielo? Comunemente i santi padri e i teologi assegnano a fondamento della nostra speranza i quattro principali motivi: la paternità di Dio, la sua potenza, la sua fedeltà e la sua bontà.

Dobbiamo noi in primo luogo sperare la gloria del cielo, perché Dio è nostro Padre amoroso, quegli che ci ha dato l'essere, che ci ama con un amore infinito; che ha per noi un cuore più tenero e più inclinato a farci del bene di quello che avesse o potesse avere un padre terreno verso i suoi figliuoli. E noi non riposeremo fra le tenerezze di un tanto Padre? « Può forse dimenticarsi una madre del proprio figliuolo e non aver di lui compassione? E quando anche questo potesse succedere, io non mi dimenti cherò di voi, dice Dio, poiché vi porto scolpiti nelle mie mani ».

In secondo luogo dobbiamo sperare con fermezza la vita eterna, perché Dio è onnipotente, può fare ciò che vuole, e nulla può resistere alla sua volontà. Siano pur grandi le nostre infermità e la nostra miseria, Egli può sanarle tutte e le sana in realtà. Siano pure molteplici i nostri nemici; siano pur forti ed astuti i demoni: Egli da tutti ci può e ci vuole liberare. Non erano in uno stato molto deplorevole gli Ebrei là nell'Egitto, oppressi sotto la schiavitù di faraone? Eppure Dio li liberò e li condusse nella terra promessa: immagine di quello che Egli fa continuamente per noi.

Il terzo motivo su cui si fonda la nostra speranza, è la fedeltà di Dio. Dobbiamo, cioè, sperare il Paradiso, che Dio ci ha promesso; ed essendo fedelissi-mo nelle sue promesse, se noi vivremo da buoni suoi servi ce lo darà sicuramente. « Restiamo fermi - dice S. Paolo scrivendo agli Ebrei - ed immobili nella professione che abbiamo fatto di sperare, perché Colui che ha promesso è fedele nelle sue promesse ».

Quello però che rende più ferma la nostra speranza è l'infinita bontà e misericordia di Dio.

« Questa - diceva S. Agostino - è tutta la mia speranza, l'unica mia fiducia, quella che mi assicura delle vostre promesse, o mio Dio: una spes mea, misericordia tua ». « Dio è ricco di misericordia, dice l'Apostolo: è Padre della misericordia ». « Della misericordia di Dio - dice Davide - è colma tutta la terra ». E noi non confideremo e non ci abbandoneremo interamente in questa divina misericordia? Non speravamo, per questa, la gloria del Paradiso, la beatitudine eterna? Di vedere un giorno senza velo la faccia del nostro bellissimo Iddio? Di amare a nostro piacere, senza limitazione, quell'infinita bontà e godere eternamente di lei? Non avevamo anche i mezzi necessari a conseguire questo primo oggetto della nostra speranza, quali sono la grazia e gli altri divini aiuti per fare il bene? Lo so, che essendo noi peccatori, siamo indegni della divina misericordia, ma Iddio conosce meglio di noi e sa fin dove arriva la nostra indegnità; con tutto ciò Egli ci comanda di avere sentimenti degni della sua bontà e di cercarlo nella semplicità del cuore.

Speriamo, dunque, fermamente, o mie dilettissime, fiduciose nella bontà e fedeltà di Dio, nella sua potenza e amore di Padre di poter godere la delizia del cielo; e questa ferma speranza sia quella che ci stimoli a soffrire in pace le pene e i travagli di questa misera vita e a fare tutto per amore di Dio. Che non fanno gli uomini quando sono spinti e stimolati dalla speranza di un qualche bene?

La speranza di un buon raccolto è quella che rende all'agricoltore soavi le più dure fatiche. La speranza del guadagno anima il mercante a non temere pericoli e disagi né di terra né di mare. La speranza della vittoria e della preda dà forza al soldato a non lasciarsi atterrire né da rischi né dagli stenti della guerra. Che non deve fare, dunque, il cristiano per la speranza del cielo? Questa speranza è quella che ha spinto ad abbandonare il mondo tante delicate fanciulle e tanti giovanetti gentili per eleggersi come loro porzione, l'asprezza della croce e l'angustia del chiostro, e quivi, per ottenere la gloria certa, fra la povertà e le privazioni, fra la croce ed il cilicio, corrono a gran passi e con fervore sulla via della perfezione. Giobbe non raddolciva i suoi dolori con la speranza di dover vedere il suo Signore? e i santi martiri con quale coraggio soffrivano i più spietati tormenti, animati dalla speranza dei premi eterni? Coraggio dunque, figlie dilettissime; la speranza delle ineffabili ricompense che il Signore tiene preparate nel cielo a quelli che fedelmente lo servono quaggiù e immensamente lo amano, sia pur quella che animi anche noi a piegare la nostra volontà a quella dell'ubbidienza, benché ci sembri un po' dura; a soffrire in pace, senza lagnarsi, quelle parole pungenti; quell'amaro rimprovero, quella sgarbatezza incivile; a vincere quell'accidia che ci predomina così spesso nell'esercizio della virtù: sicure che Iddio saprà contraccambiare assai bene quanto avremo fatto e patito per Lui. Amen.

 

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