
Per la FORMAZIONE DOCENTI
«Considerazione della nostra vita
intesa come vocazione, come chiamata»
_ Premessa:
Quante volte noi usiamo il termine vocazione, un termine che ci è abituale e vi passiamo sopra con una certa superficialità… in realtà è un termine particolarmente bello e suggestivo, perché parlare di vocazione significa parlare di due volti che si osservano, di due parole che si incontrano, di due realtà viventi che entrano in relazione tra di loro.
Quando qualcuno chiama un altro si stabilisce un ponte di vita tra i due: c’è una voce che raggiunge un altro c’è un ascolto della parola che riecheggia, c’è una reciproca osservazione del volto: è un «qualcosa» dunque di molto bello il termine vocazione, è la realtà di una chiamata e di una risposta.
Il chiamare qualcuno e il sentirsi rispondere da qualcuno fa parte della stessa esperienza umana, porta vita e genera vita...
Se noi ritorniamo su questo termine considerandolo così ne derivano tre conseguenze importanti per la nostra vita di fede:
Prima conseguenza: se il nostro rapporto con Dio è un rapporto di chiamata-risposta, allora vuol dire che è prima di tutto un rapporto personale tra me e il Signore, tra il Signore e me. È un rapporto in cui ci si riconosce, in cui ci si incontra, in cui ci si ama, in cui insieme si progetta un cammino di vita.
Nell’ Enciclica «Deus charitas est», all’inizio di questo bel documento, Papa Benedetto sottolinea una verità che dovrebbe essere molto semplice, ma forse non sempre è così scontata... e dice che la fede non è innanzitutto una dottrina alla quale aderire, non è neppure un ideale di vita, pur bello entusiasmante che noi facciamo nostro, non è neanche una legge alla quale dobbiamo dire il nostro sì... ma nella vita cristiana, la fede è prima di tutto un rapporto personale di amore e di vita tra il Signore e noi tra noi e il Signore..
E proprio il termine «vocazione» ci riporta a questa realtà fondamentale della nostra vita cristiana, perché se qualcuno ci chiama, vuol dire che intende stabilire un dialogo tra lui e noi, così se Dio ci chiama vuol dire che c’è una parola Condividiamo volentieri le riflessioni che Mons. Guido Marini ha offerto ai docenti delle nostre scuole in apertura del tempo forte di Avvento… che raggiunge il nostro cuore e ci siamo noi che ascoltiamo una parola; c’è una volontà di rapporti, di reciprocità tra Dio e noi: ecco perché il termine «vocazione» ci parla di questa realtà così bella: la vita cristiana come un rapporto d’amore personale, personalissimo tra il Signore e ciascuno di noi.
Seconda conseguenza che deriva dal termine vocazione: proprio perché vocazione, chiamata e risposta, la vita cristiana, dà una direzione alla nostra esistenza, un indirizzo, un significato; c’è un orizzonte, un orientamento verso cui la nostra vita si dirige. La nostra vita di fede che abbiamo è un indirizzo, un senso nuovo che noi diamo ai nostri giorni e alla nostra esistenza.
Dire «vocazione» vuol dire che c’è una strada davanti a noi che siamo chiamati a percorrere: non abbiamo più una molteplicità di strade tra le quali non sappiamo quali scegliere, e a motivo delle quali non sappiamo dove andare, ma abbiamo una strada davanti a noi segnata che dà assenso alla vita, che dà significato, dà orientamento.
È una conseguenza importante: «vocazione», abbiamo detto, innanzitutto mette in luce le vita cristiana, è un rapporto personale di amore tra Dio e noi, ma ancora «vocazione» vuol dire che la nostra vita ha una direzione ben precisa e cerca, cammin facendo, un significato che vede aperto davanti a sé.
Terza conseguenza: le vita cristiana, nella misura in cui navighiamo, come vocazione riscatta la nostra esistenza dalla dispersione, dalla frantumazione, perché è quella chiamata che dà un significato a tutto, a tutto quello che facciamo, a tutto quello che siamo a tutto quello che viviamo.
Se c’è un rapporto personale di amore che è il senso della vita, significa che è attorno a questa chiamata, attorno a questo rapporto personale, attorno a questo significato che noi abbiamo trovato, che ruota la nostra vita.
Ecco le tre grandi conseguenze che la realtà della vita cristiana come vocazione ci consegna in dono, perché questo è un grande dono. Considerare che la nostra vita è vocazione, cioè chiamata da parte di Dio, significa ricordarci di questo inestimabile dono, per cui la nostra vita è una vita amata da Colui che ci ha chiamato, è una vita che trova significato e unità proprio in questo rapporto di amore.
È una premessa importante per ritrovare il fondamento della nostra vita di fede e anche la bellezza, il gusto della vita di fede. Tutto questo prima che essere un impegno da parte nostra, è un dono che riceviamo, perché nessuno può imporre ad un altro di chiamare; quella chiamata è un dono di Dio rivolta a tutti, nessuno può imporre l’amore, l’amore è un dono
di Dio rivolto ciascuno di noi.
Dunque quando riflettiamo sulla nostra vita cristiana mi pare che siamo chiamati a partire da questa constatazione: la fede, proprio perché è vocazione, è un dono inestimabile, perché ci parla dell’amore che ha raggiunto la nostra vita.
_ Consideriamo ora quattro momenti della nostra vita cristiana proprio dal punto di vista vocazionale.
A me pare che possiamo osservare nella nostra vita quattro tappe di una chiamata che ci avvolge dall’inizio alla fine e con la quale Dio si fa continuamente prossimo al nostro itinerario di esistenza.
La prima: è la vocazione alla vita.
La vita è una chiamata perché c’è Qualcuno che ci ha voluto in vita, Qualcuno che ha detto una parola capace di trarre dal nulla ciò che noi oggi siamo.
Come è importante per un bambino capire di essere stato voluto e amato! Come è importante per noi renderci conto che siamo qui, perché siamo stati voluti e amati, perché c’è una volontà di amore all’origine, alla radice dei nostri giorni, della nostra esistenza.
Non siamo qui per caso, non siamo qui senza motivo, siamo qui perché c’è stata una voce che ha pronunciato il nostro nome amandolo…
Come è diversa la vita di chi non scopre alle proprie origini questo atto di amore rispetto, invece, a chi scopre nelle proprie radici un atto di amore.
Noi siamo amati, chiamati da Dio all’esistenza e alla vita: c’è un atto di amore alle nostre spalle, alle nostre radici e alle nostre origini…, non so se tutti voi, o forse qualcuno, si è soffermato dal vivo, o perlomeno attraverso una raffigurazione fotografica, sul disegno stupendo che Michelangelo ha fatto nella Cappella Sistina, riproducendo la chiamata alla vita di Adamo da parte di Dio: due dita si incontrano e attraverso esse viene simboleggiata la trasmissione della vita.
Dio trasmette la vita che diventa l’uomo fatto a sua immagine. Mi pare che questo gesto così espressivo dell’arte di Michelangelo indichi in modo molto chiaro la realtà della chiamata, di un amore che sta alla radice di ciò che noi siamo.
Penso che qualcuno ricordi quanto viene affermato nel libro della Genesi, nel racconto della creazione quando l’Autore sacro descrive con le sue immagini la creazione dell’uomo. … «allora il Signore Dio formò l’uomo dalla polvere della terra che alitò nelle sue narici un soffio vitale… e l’uomo divenne un essere vivente»… è questa Parola che Michelangelo ha cercato di riprodurre attraverso la pittura, ma parola e pittura esprimono la verità: che la vita di ciascuno di noi è chiamata di Dio, è l’amore di Dio che porta alla luce, che comunica la sua stessa vita.
Allora c’è una prima grande chiamata, una prima grande vocazione che è questa in cui ciascuno di noi è chiamato a riconoscersi con gioia, perché il pensare a questo è motivo di gioia, il pensarsi amati è motivo di gioia, il considerarsi voluti per amore è motivo di gioia.
Consideriamo anche un altro aspetto in questa prima chiamata.
Se è vero che c’è questa vocazione alla vita scritta dentro di noi, è vero che in noi è iscritta la dimensione della creaturalità: cioè siamo creature, qualcuno ci ha fatto, ci ha plasmato, ci ha voluto e ci ha amato, ci ha pensato, ci ha progettato, ha avuto un disegno sui di noi….
Oggi voi sapete come l’uomo viva la cultura contemporanea: soprattutto rivive un po’ la tentazione prometeica del volersi costruire da solo…
È proprio del nostro tempo il problema dell’applicazione della tecnologia alla vita, alle sorgenti della vita come se l’uomo volesse in qualche modo ridisegnare la propria immagine con la proprie capacità tecniche, con le proprie forze, non riconoscendo la propria creaturalità, non riconoscendo che c’è un disegno precedente su di sé, rovinando il quale l’uomo si perde e smarrisce se stesso.
Ricordarci che alle sorgenti della nostra vita c’è una chiamata, significa ricordare che alle origini c’è un disegno che riguarda la nostra umanità e del quale non possiamo disporre a piacimento pena l’autodistruggerci, ma che siamo chiamati a realizzare nella direzione di quel progetto fissato da colui che ci ha chiamato, amato, voluto.
C’è una voce che ci ricorda continuamente questa verità ed è la voce della nostra coscienza.
Quando noi rientriamo in noi stessi, nella verità di noi stessi con sincerità, noi scopriamo che siamo stati amati, che qualcuno ci ha voluto, scopriamo quali sono gli elementi fondamentali di quel disegno, di quel progetto di amore secondo il quale siamo stati voluti e amati.
La voce della coscienza… domandiamoci però quanto effettivamente noi ci rivolgiamo a questa coscienza che è l’intimo di noi stessi, là dove siamo più veri con noi stessi, dove non ci nascondiamo dietro le maschere, ma in cui riconosciamo davvero quello che siamo.
Mi pare che questa considerazione della vocazione alla vita ci porti a riscoprire quella voce interiore che grida di dentro di noi, che vuole farsi sentire e nella quale ci è dato di percepire con gioia questa verità: la mia vita è chiamata, voluta, amata da Dio, è un progetto del quale sono capace di riconoscere i lineamenti fondamentali proprio in questa voce che parla dentro di me, nel mio cuore, nella mia interiorità.
Secondo tappa: non c’è solo una vocazione alla vita, quella che abbiamo ricevuto tutti, c’è anche una vocazione alla vita della grazia.
Se la prima vocazione, è quella che abbiamo sperimentato nel momento in cui siamo nati, la seconda grande vocazione è quella che abbiamo vissuto quando ci ha raggiunto il sacramento del battesimo. Lì non soltanto ci è stata data la vita, ma ci è stata data la vita della grazia, cioè la vita stessa di Dio, la vita per cui noi oggi ci diciamo cristiani.
Ecco una seconda grande chiamata, la seconda grande vocazione, quella alla vita della grazia, alla vita di Dio.
Gli antichi Padri della Chiesa dicevano spesso così: a nulla sarebbe servito nascere se noi non fossimo poi rinati in virtù della grazia… questo rinascere invirtù della grazia significa per noi aver avuto in dono la vita stessa di Dio.
Noi siamo diventati una cosa sola col Signore Gesù…e possiamo rivolgerci a quel Dio che ci ha dato la vita onnipotente e santo, maestoso come al nostro «papà» secondo il linguaggio usato da Gesù.
Questa seconda vocazione non ci fa sentire soltanto voluti, amati dentro un progetto, ma ci fa sentire bambini in braccio a un Dio che ci è papà e che dunque ci ama fino al punto di venire tra noi, di morire per noi, di comunicarci la sua stessa vita, non solo la vita umana, ma la vita stessa di Dio.
Ecco il passaggio che questa seconda chiamata realizza dentro di noi: non soltanto voluti e amati in un progetto, ma voluti e amati così, in un modo straordinario impensabile, perché questo Dio si scopre papà, e noi ci ritroviamo figli, bambini, ammalati, coccolati, custoditi, accompagnati passo passo lungo il cammino della vita.
Quando pensiamo alla prima grande vocazione che è vocazione alla vita, siamo invitati a rivolgere la nostra attenzione a quella particolare voce che è la voce della coscienza.
Quando ci rivolgiamo alla seconda grande chiamata alla vita di grazia, noi siamo chiamati a rivolgere le nostra attenzione a quella voce di cui Paolo dice che «grida di dentro di noi, che ha accenti inesprimibili»: la voce dello spirito di Dio.
Nella misura in cui rientriamo in noi stessi ascoltiamo questa voce, ascoltiamo questo grido che si esprime nell’essere figli, nel dire «papà» a Dio che è accanto a noi.
Noi allora non soltanto rientriamo in noi stessi, nel segreto della nostra intimità per ascoltare e scoprire questa voce della coscienza che dice che sono amato, voluto e che c’è un progetto su di me.
… ecco una seconda grande vocazione.
Anche questa è già presente in noi come dono. Anche l’essere figli è un dono che ci è stato fatto, dobbiamo semplicemente riconoscerlo presente nell’intimità della nostra vita.
C’è una terza vocazione: quella per cui ciascuno di noi, nella vita, occupa un posto particolare, tutti nessuno escluso. Non esiste persona alcuna, uomo, donna, anziano o bambino che non abbia una chiamata, una vocazione, perchéil posto che ciascuno di noi occupa nella vita è una chiamata.
E noi siamo nella condizione di rispondere ad una chiamata svolgendo quello che nella vita siamo chiamati a svolgere, qualunque cosa essa sia. Dunque c’è una vocazione alla vita, c’è una vocazione alla vita di grazia, e c’è quella vocazione che corrisponde al nostro impegno particolare che compiamo e realizziamo nel corso della nostra esistenza.
Qui vorrei soffermarmi un momento sulla realtà dell’insegnamento, perché quella dell’insegnante è una vera chiamata, è una vocazione per tutti.
Si tratta di riconoscerla come tale, perché forse le vicende della vita ci hanno portati all’insegnamento senza pensare che fosse una vocazione, ma nel momento in cui ci siamo, quella dell’insegnamento è una chiamata di Dio, è una vocazione che abbiamo ricevuto dal Signore e alla quale siamo tenuti a rispondere.
Dicendo che è una vocazione, rinnovo qui per l’insegnamento quello che diciamo per ogni vocazione: è un dono poter insegnare, è un dono poter trasmettere ai bambini, ai ragazzi, ai giovani quello che la nostra competenza, la nostra conoscenza ha maturato in noi, la nostra esperienza di vita… è un dono, oltre ad essere una grande responsabilità e un grande compito.
Vorrei sottolineare un aspetto del compito dell’insegnamento: insegnare significa educare, perché un insegnamento che non sia capace di educare non è un insegnamento. C’è sempre un intreccio vitale tra educazione e insegnamento.
L’educazione è vera quando insegna, quando trasmette dei contenuti per la vita.
D’altra parte l’insegnamento è autentico quando trasmettendo dei contenuti educa la persona che li riceve. Sottolineo questo: che l’insegnamento, proprio perché è un aspetto del compito educativo, deve aiutare colui che è il destinatario dell’insegnamento a uscire da se stesso e a ritrovare fuori di sé il significato della propria vita.
Educare significa «trarre fuori»: colui che è destinatario di un compito educativo e quindi anche dell’insegnamento, deve essere aiutato in questo «condursi fuori» per tirare fuori ciò che costituisce il significato , l’orientamento, il senso della vita.
Qui siamo in una scuola cattolica, e mi pare importante ricordare che l’insegnamento, in quanto compito educativo, deve aiutare il bambino, il ragazzo, il giovane a uscire fuori di sé, a trovare l’incontro con Cristo, il senso autentico della sua vita, anche attraverso l’insegnamento… non perché l’insegnamento non abbia un metodo proprio rispetto alla disciplina che si insegna, non perché non ci sia un’autonomia specifica per ciascuna materia, ma perché questo insegnamento che è parte del compito educativo nell’ambito di una scuola e specialmente di una scuola cattolica, non può non portare, insieme agli altri aspetti del compito educativo, a incontrare Cristo significato e orientamento per la vita.
L’insegnamento è inteso come aiuto a far sì che il ragazzo, il bambino, il giovane, uscendo da sé, incontrandosi con la verità, incontri Cristo e in Cristo trovi l’orientamento e il senso della propria vita. Credo che sia una grande vocazione questa, un grande dono, perché ci accorgiamo che abbiamo davvero il dono di potere realizzare un incontro determinante per la vita di ogni bambino, ragazzo, giovane.
Questo è possibile nella misura in cui, noi che siamo degli educatori, siamo anche educati, non nel senso di «bene educati», ma nel senso che abbiamo vissuto su di noi e continuiamo a vivere su di noi l’avventura dell’educazione che non finisce mai, cioè del ritrovare continuamente, noi insegnanti cristiani, in Cristo e il senso e l’orientamento della vita. Cosa possiamo trasmettere attraverso la nostra parola di insegnanti, attraverso la nostra vita di insegnanti, se poi noi personalmente non siamo incamminati, impegnati in questo compito autoeducativo che non finisce mai?
Un secondo aspetto: noi che siamo chiamati ad accompagnare, siamo chiamati a non lasciare mai soli coloro che accompagniamo… non possiamo indicare soltanto la meta, ma dobbiamo prendere per mano e portare verso questa meta, accompagnare il cammino che dà l’indirizzo della meta.
L’insegnante come ogni educatore, non è soltanto chi indica il fine e l’itinerario, ma è colui che indica e che si mette in cammino per sostenere, colui che si mette nell’itinerario.
Certo richiede molta più fatica, molta più responsabilità, molto più coinvolgimento, eppure qui sta la bellezza dell’avventura dell’insegnante come educatore.
Ancora, Don Bosco, grandissimo educatore, diceva che l’educazione è cosa del cuore, cioè un fatto di amore… noi non potremo mai essere bravi insegnanti ebravi educatori se non ameremo con tutti noi stessi quei bambini, quei ragazzi,quei giovani che abbiamo davanti.
Un insegnante vero è innamorato dei suoi ragazzi, è innamorato perché vuole il bene e vuole trarre tutto il bene possibile da ciascuno di quelli che ha davanti, dal più piccolo al più grande, dal peggiore al migliore, dal più bravo al più cattivo, è insegnante per questo: attraverso l’insegnamento lo vuole «trarre fuori» perché lo ama veramente.
Ancora un altro aspetto specifico dell’insegnamento… noi siamo chiamati a comunicare nozioni sicuramente, a comunicare dei dati, a far crescere nei ragazzi la conoscenza della realtà secondo le diverse prospettive e punti di vista. Siamo, però, chiamati soprattutto a dare l’ intelligenza delle cose, cioè la capacità di ragionare sulle cose, la capacità che diventa poi autonoma del pensare le cose, la capacità di far girare il pensiero… Come è importante oggi trasmettere il gusto della ricerca del vero..
Questo è fondamentale: il gusto dell’adesione al vero quando è trovato, il gusto dell’avventura intelligenza come itinerario verso la verità, che rende liberi e felici perché è la verità… allora mi pare che l’insegnante sia colui che deve scardinare ogni ideologia e ogni atteggiamento ideologico che significa sempre chiusura alla verità… l’insegnamento come apertura dell’intelligenza al vero… e dunque la libertà del cuore, del pensiero per aderire al vero l’unico che salva l’uomo e che lo rende davvero felice.
Mons. Guido Marini
31 dicembre 2010
"Il tempo è un dono"
Carissimi fratelli e sorelle,
ringraziamo con gioia Dio che ci concede la grazia di trovarci oggi qui riuniti in questo ultimo giorno dell’anno civile 2010. Affidiamo il nostro ringraziamento alla beata Vergine Maria, di cui celebriamo la solennità, venerandola come Madre di Dio.
Per ringraziare Dio al termine di questo anno vorrei invitarvi stasera a riflettere con me sul tempo che ci viene dato in dono.
Il tempo è un dono. Questa mi sembra la prima considerazione essenziale. Ognuno di noi lo ha ricevuto gratuitamente e, se spesso lo percepisce come un diritto magari rivendicato con arroganza, sta di fatto che è semplicemente un dono ricevuto. Fra tutti i doni è quello più gratuito: nessuno ha mai chiesto, tanto meno comprato, l’ingresso nel tempo e nella storia. Ovviamente nessuno ha potuto avanzare un diritto al proprio concepimento. Se poi riflettiamo bene, nessuno potrebbe avanzare alcun altro diritto sul tempo che ci è dato. Per ogni istante della vita possiamo e dobbiamo solo dire grazie.
Il tempo è un dono condiviso. Non è dato solo a me, è dato a tutti. Io mi trovo a viverlo insieme con migliaia, milioni e miliardi di persone che esistono, come me, per tutto l’arco della mia vita. Non solo: ho ereditato anche un patrimonio culturale che, nel bene e nel male, è stato messo insieme da miliardi di persone che mi hanno preceduto nella storia e sento la responsabilità di dover custodire questo patrimonio per infiniti miliardi di persone che potranno affacciarsi alla vita nel futuro. È una condizione che io non ho creato e nemmeno voluto, che mi accompagna sempre senza che me ne possa separare. Se volessi un tempo solo per me, senza gli altri, dovrei uscire dal tempo. Ma sarebbe la morte.
Il tempo, infatti, un dono per noi, ma non è nostro; ci è dato, ma non ne possiamo disporre a piacimento, perché non ci appartiene. Nel tempo sentiamo ed esprimiamo la nostra grandezza, che senza il tempo non potremmo percepire ed esprimere, ma il tempo ci rivela pure il nostro limite, perché ci sfugge e noi non lo possiamo trattenere. Il tempo è grande, quasi infinito: solo Dio gli da una misura. Io lo accolgo, lo vivo, ne fruisco con tutto me stesso, ma in ogni istante sento che non mi appartiene, mentre, in un certo senso, sono io che appartengo al tempo.
Ancora una volta devo concludere che posso solo dire grazie per il tempo che mi è dato.
Il tempo è un dono da capire. È un mistero da interpretare continuamente. Lo viviamo tutti e ne usufruiamo senza sosta. Forse però solo pochi si rendono conto dell’importanza e della ricchezza del dono ricevuto.
Come scorre il tempo? Perché mi è dato? Perché mi è dato proprio questo tempo e non altro? E tante altre domande che resteranno sempre senza una risposta che non sia il semplice “grazie”, colmo di meraviglia e di responsabilità, di semplicità e di gratitudine immensa. In questa linea di gratuità e di stupore posso dare al mio tempo ogni significato ed inserirvi ogni progetto. Senza questo senso della gratuità tutte le espressioni e tutte le attese finiscono per apparire prive di senso. Il tempo è un mistero: se con umiltà cerco di capirlo, posso fruirne con gioia, ma se voglio distorcerlo e forzarlo, ne resto io distorto e umiliato.
Il tempo è un dono divinizzato dal Natale del Signore. “Quando venne la pienezza dei tempi Dio mandò il suo Figlio, nato da donna” (Gal 4,4). Da allora “il tempo è compiuto”, c’è un prima e c’è un dopo, c’è un punto di riferimento sicuro. Nel mistero del Natale il tempo accoglie l’eterno, la storia degli uomini diventa storia di Dio, il tempo inafferrabile e sfuggente diventa occasione imperitura di sperimentare la vita eterna, ogni attimo, vissuto in comunione col Verbo fatto carne
visibile, può dare frutti che rimangono per sempre (cfr. Gv 15, …), e può far gustare la gioia piena (cfr. 1 Gv 1,4).
Il tempo è un dono illuminato dal Vangelo: Gesù ci ha insegnato come accoglierlo e come viverlo in pienezza.
“Il tempo è compiuto… convertitevi e credete al vangelo” (…). Così ogni istante che inesorabilmente fluisce sfuggendo su qualsiasi cronometro, può diventare un tempo propizio da vivere al meglio, anche quando – meraviglia delle meraviglie! – ci rendessimo conto di aver vissuto male il tempo precedente. La conversione sembra umanamente un assurdo, perché il tempo non torna indietro, ma nella luce del vangelo e nella potenza della fede nel Figlio di Dio la conversione diventa il segno più vero della pienezza del tempo.
Nell’accoglienza di Cristo non solo trovo un senso per il momento che vivo, ma recupero anche tutto il mio passato e lo porto con me quale momento di grazia, proiettandolo in un futuro gravido di speranza, carico di fiducia e di serenità interiore.
Il tempo è un dono prezioso, il più prezioso di tutti i doni. È un dono da coltivare bene, da non sciupare in nessun modo. Un tempo sprecato è come se non fosse stato vissuto, è come la morte. Un tempo utilizzato in pieno esprime la mia fecondità di uomo, esprime il senso stesso della mia esistenza. L’uso del tempo fa di me un essere inutile o una persona vera, capace di esprimere se stessa.
Solo io posso decidere di sciupare il tempo senza valorizzarlo e allora sperimento l’inferno, il nulla, il non senso. Quello sarebbe il vero peccato.
Il tempo è un dono di cui dovremo rendere conto. Ne renderemo conto a Dio, ma già ne rendiamo conto a noi stessi e anche agli altri.
Gesù ce lo ha insegnato con la sua stessa vita e con la sua predicazione. Con la parabola dei talenti ci ha detto che ogni dono deve essere valorizzato, con la parabola delle vergini ci ha detto che non possiamo addormentarci inutilmente quando è tempo di vigilare e di operare (cfr. Mt 25, …). Chiamato a convertirmi per recuperare il tempo sciupato per la mia fragilità, non posso rifiutarmi di prendere coscienza della responsabilità che il dono del tempo mi consegna. Rendere conto del mio tempo è rendere conto di me stesso. Dovrò renderne conto perché il tempo mi è dato ma non mi appartiene, come io stesso sono ed esisto, ma non mi appartengo.
Il tempo è dunque un dono da consumare nell’amore, perché tutto passa e solo l’amore rimane. Anche un solo bicchiere d’acqua offerto per amore non perde il suo valore, non perde la sua ricompensa(cfr. …).
Sperimento così la verità di un insegnamento che poteva sembrarmi assurdo e magari farmi paura: “chi ama la sua vita la perde, chi la dona … la conserva per la vita eterna” (…). Il tempo è fatto per l’amore e non ha posto per l’egoismo. Chi ama vive in pienezza e, quanto più intenso è il suo amore, maggiormente è pieno il tempo della sua vita.
Il tempo è caparra dell’eternità. Ce lo ricorda la Chiesa in una sua preghiera fa dire a Dio Padre: “ogni giorno del nostro pellegrinaggio sulla terra è un dono sempre nuovo del tuo amore per noi e un pegno della vita immortale”.
Il tempo accolto come dono, condiviso liberamente con tutti, vissuto nella grazia del Natale e nella luce del Vangelo, messo a frutto nell’amore, ci fa già sperimentare la realtà del paradiso, ce ne fa gustare la beatitudine, ci fa già sentire nella speranza quello che saremo sempre quando il tempo avrà fine e noi vivremo senza fine.
Con questa speranza di pienezza rendiamo grazie al Signore nostro Dio, perché davvero è cosa buona e giusta. Cosa altro potremmo dire se non “grazie”: il grazie pieno e solenne della nostra lode, il grazie che rende la nostra vita luminosa e colma di gioia.
Affidiamo il nostro grazie alla Vergine Madre di Dio. Santa Maria preghi per noi adesso e fino all’ora della nostra morte, fino all’ora che segnerà la fine del nostro tempo e l’ingresso definitivo nella vita eterna. Con lei e con tutti i santi, con tutti i fratelli e le sorelle che sanno dire grazie eleviamo a Dio la nostra lode oggi e nei secoli dei secoli.
S. E. Mons. Mario Meini - Vescovo di Fiesole
