S. Erasmo Zinkal

S. Natale 2012 - - - - - - IL PRESEPE IN CASA NOSTRA


Nelle nostre famiglie cristiane in questi giorni splende un presepe. Talvolta è quasi un'opera d'arte, talvolta una semplice immagine di Gesù con Maria e Giuseppe. Per tutti è l'occasione di guardare con fede quel Bambino che è il Figlio di Dio.
Facciamo il presepe. Possibilmente facciamolo bello, per esprimere al meglio la bellezza del Natale.
Ma non basta porre il presepe su un tavolo. È necessario che la famiglia sia il vero presepe. Un presepe vivente, fatto di persone reali, che scoprono e approfondiscono insieme la presenza del Signore in mezzo a noi e particolarmente la sua presenza in ogni famiglia, in ogni atto di vero amore domestico, grazie al sacramento del matrimonio.
Chiedo ai genitori di confrontarsi con Maria e Giuseppe: con la loro dignità, con la loro fede, con il loro amore, con il loro coraggio. Chiedo ai genitori di guardare ai propri figli con la stessa premura e con la stessa fiducia con cui Maria e Giuseppe guardavano a Gesù. Non è impossibile.
Anzi, forse è semplice. E senza dubbio semplifica molto la vita per tutti, perché la famiglia trova il suo slancio, la sua motivazione, il suo vero stile, cominciando dal guardare ai figli come a Gesù per educarli alla vita buona del vangelo. Senza paura e con grande semplicità. Pronti ogni giorno a constatare progressi e difetti, ma senza perdersi d'animo. Pronti a continuare serenamente il giorno seguente.
1. Per fare bello e autentico questo presepe vivente chiedo a ogni famiglia credente (nel pieno rispetto delle varie differenze all'interno dei nuclei familiari) un piccolo impegno di preghiera quotidiana insieme. Magari con qualche piccola rinuncia alla televisione o al pc. I ragazzi ci guardano e portano dentro (sia pure a volte nascosta) una sete di spiritualità che non riusciamo a immaginare. Con un regalo si fanno felici per un momento. Educandoli alla preghiera vera si fanno sereni e fiduciosi per tutta la vita.
2. Per fare bello e autentico questo presepe vivente chiedo anche a tutti genitori di prestare una grande attenzione agli affetti. Non temete a mostrarvi affettuosi, molto affettuosi, tra voi e con i figli. Il che non significa essere cedevoli e perdere autorevolezza. Tutt'altro. Significa solo che ogni ragazzo deve sperimentare, direi toccare con mano ogni giorno, quanto babbo e mamma si vogliono bene e quanto, insieme vogliono bene ai loro figli. Un semplice gesto di tenerezza insegna tutto uno stile di vita. E Dio sa, ma lo sanno anche i genitori, quanto sia importante che i ragazzi crescano sereni nella loro affettività. Sereni e responsabili. Sperimentandolo in quel meraviglioso presepe della loro famiglia.
3. Per fare bello e autentico questo presepe vivente talvolta concorrono anche le difficoltà e le sofferenze. La famiglia di Betlemme è sommersa da un cumulo di disagi: lontana da casa, senza un alloggio disponibile, perseguitata, incompresa… Eppure è il simbolo e il fondamento di ogni speranza. A partire dal coraggio di Maria e Giuseppe il mondo ha avuto una svolta, la luce del Natale si è diffusa su tutta la terra. Poter educare i figli a guardare così le difficoltà quotidiane! Non è impossibile. In fondo è quello che hanno sempre fatto generazioni e generazioni di famiglie cristiane prima di noi.
4. Infine vorrei chiedere un bel presepe anche alle famiglie che, in vario modo e per vari motivi, sono rimaste ferite negli affetti e segnate dalle separazioni. L'amore di Dio è irrevocabile per tutti, anche quando l'amore umano si dilegua: tutte le famiglie sono comunque destinatarie dell'amore eterno di Dio, che non viene mai meno. In quel presepe forse mancherà qualcuno dei "personaggi", o forse qualcun'altro vi sarà in sovrabbondanza.
L'importante è mettere al centro i figli e riversare su di loro l'amore profondo e rispettoso che Maria e Giuseppe riversavano sul loro Figlio Gesù.
Buon Natale a tutti con la luce e la pace che vengono dal Presepe di Betlemme.
"Buon presepe" a tutti in ciascuna famiglia illuminata e pacificata con il Natale del Figlio di Dio.

+ Mario Meini
Vescovo di Fiesole

 

I figli sono come gli aquiloni

I figli sono come gli aquiloni,
passi la vita a cercare di farli alzare da terra.
Corri e corri con loro
fino a restare tutti e due senza fiato…
Come gli aquiloni, essi finiscono a terra…
e tu rappezzi e conforti, aggiusti e insegni.

Li vedi sollevarsi nel vento e li rassicuri
che presto impareranno a volare.
Infine sono in aria:
gli ci vuole più spago e tu seguiti a darne.
E a ogni metro di corda
che sfugge dalla tua mano
il cuore ti si riempie di gioia
e di tristezza insieme.

Giorno dopo giorno
l’aquilone si allontana sempre più
e tu senti che non passerà molto tempo
prima che quella bella creatura
spezzi il filo che vi unisce e si innalzi,
come è giusto che sia, libera e sola.
Allora soltanto saprai
di avere assolto il tuo compito.

(Erna Bombeck)

Tra le righe di questa  poesia, scoperta casualmente, trovo  la ragione semplice e profonda di ciò che è, per me, l’essere Madre, madre nel cuore....e per sempre....
 Rileggendola, mi sorgono riflessioni che, in questi anni, e per ognuno dei miei figli, ho più volte fatto, che ho spesso analizzato e rivisto per arrivare a pensare che per me il senso più vero, il percorso più proficuo della mia vita sta proprio nell’essere “Mamma”.
....L’aver accolto la vita, l’averla portata in grembo, l’averla data al mondo e tenuta tra le braccia, l’averla condotta, dai primi passi in poi, a camminare ....per poi lasciarla libera di essere quello che intrinsecamente deve essere  .....è un’avventura incredibile che cambia nel profondo, che bisogna essere profondamente disposti a fare, fino in fondo, anche quando è un sentiero difficile.
Non è un traguardo soltanto, ma un punto di partenza, spesso un esercizio di umiltà e di pazienza che porta ad uscire da sè per dare spazio ad una persona che, fin dal primo giorno, è diversa da te e dà segno di una personalità unica e irripetibile che andrà via via esprimendosi pienamente.
Aiutare un figlio a crescere e  realizzarsi per quello che è intrinsecamente, rispettandone le peculiarità, indirizzandolo al bene, al suo bene, è una sfida per nulla scontata ...anzi talvolta piuttosto ardua perchè una mamma è uno strumento, un semplice strumento, che deve fare costante e paziente  esercizio di amore, di lungimiranza e di generosità, consapevole  che il suo compito non comprende il sostituirsi al proprio figlio nelle scelte, ma aiutarlo a compierle, rispettandone l’autonomia e amandolo per quanto è e non per quanto si vorrebbe che fosse ....
Per me mettere nelle mani del Signore questo “compito”, chiedendogli di illuminare ogni passo, affidare alla Sua mano “tutti” i miei figli, sempre e ovunque, è un aiuto fondamentale e necessario e mi dà certamente più forza nell’esortarli a realizzare la loro vita nel senso più pieno e autentico, ispirandosi al monito sempre prezioso di Giovanni Paolo II :

” L'amore mi ha spiegato ogni cosa, l'amore ha risolto tutto per me. Perciò ammiro questo amore ovunque esso si trovi.
Spendete bene la vita, è un tesoro unico.
L'amore non è una cosa che si può insegnare, ma è la cosa più importante da imparare.
Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro.”

Barbara

 

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Lo “Zio” Beato
    Un’immensa gioia e  soprattutto                              
                          una profonda esperienza spirituale

  • A cura di Suor M. Anna Afelt

Mi permetto di chiamarlo “Zio” perché Lui, da giovane Sacerdote e poi da Cardinale, ha voluto che i giovani, ai quali teneva così tanto, Lo chiamassero così; esprimendo in questo modo una rispettosa confidenza.
Ora è uno “Zio Beato”! Ho ancora davanti ai miei occhi le indimenticabili immagini della Beatificazione. Sentimenti di gioia, di gratitudine e di profonda commozione traboccano dal mio cuore tanto che quasi mi pare di non poterli contenere.
Molti hanno vissuto i giorni precedenti e la festa stessa in un clima di profonda e toccante preghiera.
Molteplici sono state le iniziative di preparazione all’evento: i racconti legati alla memoria dei testimoni, i vari film, le testimonianze, gli incontri e quei preziosi ricordi personali che ognuno nasconde nel cuore. Personalmente ho avuto la grazia di vedere Giovanni Paolo II, da vicino, due volte; la prima quando è venuto in visita nella Sua, nella nostra, amata terra polacca, a Torun, nel 1999. Lo ricordo benissimo. Il Papa doveva passare davanti a noi ed io, nell’intento di fermare quasi quell’evento unico, cercavo di scattare delle foto. La commozione, però, era stata così grande che le foto, una volta sviluppate, ritraevano solo i fari anteriori e quelli posteriori della “papa mobile”, il Papa non si vedeva proprio!
            Il secondo incontro, ancora più ravvicinato, è stato a Castel Gandolfo dove ci siamo recate dopo il Capitolo Generale dell’anno 2004, quando per la prima volta è stata scelta come Superiora Generale, Madre Maria Rosangela Sala. Io non partecipavo al Capitolo ma appartenendo allora alla comunità romana che lo ospitava, avevo il compito di aiutare in alcuni servizi di supporto. Madre M. Rosangela ha invitato anche noi, le giovani aiutanti, ad andare alla consueta udienza post capitolare. Questa volta … niente macchina fotografica. Dopo l’udienza siamo state chiamate inaspettatamente per una foto di gruppo con il Pontefice, che emozione! Mentre mi avvicinavo pensavo di potergli dire qualche cosa perché sapevo che non avrei avuto un’altra occasione per incontrarlo così da vicino. Mi ero posizionata subito dietro al Pontefice, così, dopo lo scatto, mi sono avvicinata e in lingua polacca Gli ho detto: “Padre, mi benedica, sono l’unica polacca nell’Istituto”. Subito la sua mano di Padre ha benedetto me, una sua figlia. Pur avendolo chiesto, non mi aspettavo di ricevere così prontamente questo gesto e, devo dire, che mi ha fatto davvero bene.
            Il Papa mi ha riservato anche un’altra sorpresa proprio il primo di maggio di quest’anno. In vista della sua beatificazione, avevo progettato di prendere con me la bandiera bianca e rossa della Polonia che da qualche tempo, insieme a quella tricolore ed alla foto del Papa, adornava il nostro refettorio. Pensavo di parteciparvi così, semplicemente, come Suora e come polacca, in un angolo della piazza, con la mia bandiera ed il forte amore per Lui quando … Madre M. Antonella, con gli occhi lucidi dalla commozione, ci ha riferito di una telefonata da Roma, che annunciava che ero stata scelta per leggere, durante la beatificazione, un brano, in polacco, tratto dagli scritti del nuovo Beato. Non so esprimere ciò che ho provato in quell’istante: gioia, commozione, inadeguatezza, responsabilità … Non era ancora stato reso noto il testo in seguito si è saputo che si trattava di un passo tratto da una sua omelia in occasione della canonizzazione di Suor Faustina Kowalska. Il brano, seguito dalla recita, in varie lingue, della Coroncina alla divina Misericordia, doveva essere letto come preparazione alla santa Messa. Forse non mi crederete ma mi sono sentita in dovere di esercitarmi nella lettura della lingua materna per essere ben sicura di pronunciare in modo corretto tutte le parole e non tradire la fiducia che avevano riposto in me.

La domenica della beatificazione è stata preceduta dalle prove, svolte la mattina del sabato, in piazza san Pietro. Ci ha accompagnate il postulatore della causa Mons. Slawomir Oder. In quel momento ci siamo resi conto ancora meglio della grandezza dell’evento. Altra sorpresa: non mi aspettavo di incontrarmi con la suora miracolata Suor Marie Simon Pierre Normand, che ho avuto occasione di salutare. Dopo le prove, siamo entrati nella basilica dove, davanti alla tomba di San Pietro apostolo, era già stato posto il feretro di Giovanni Paolo II, ci siamo subito raccolti in una preghiera sentita e profonda.
Finalmente era giunto il giorno tanto atteso. Tutto il mondo era in festa, la Capitale era immersa in un clima di solennità. Molti si erano svegliati presto per avere un buon posto in piazza; anch’io ho cercato di essere rapidissima. Avevo fretta, ma arrivata alla stazione della metro, ho perso il primo viaggio perché le carrozze erano già strapiene.             
Scesa dal mezzo, sono arrivata in via Ottaviano, strada che conoscevo bene essendo il cammino obbligato che, per sei anni, avevo percorso per giungere all’università tuttavia mai l’avevo mai vista tanto affollata! Dappertutto c’era gente che ostentava bandiere di tutto il mondo. Era evidente che alcuni avevano passato la notte all’addiaccio, dormendo per terra così da essere al mattino, il più vicino possibile agli ingressi ove si sarebbe svolta la cerimonia. Era commovente vedere quello spettacolo, mi facevano tenerezza quei volti stravolti dalla stanchezza ma contenti di poter partecipare a questa festa mondiale. Avevo il mio biglietto di servizio, bastava che lo mostrassi per passare senza alcun problema … in quel momento avrei voluto farlo in mille pezzetti e parteciparne a ciascuno di loro. Con questo pensiero sono entrata in piazza S. Pietro: era ancora abbastanza vuota ma il clima che si respirava era solenne. Appena ricevute le ultime precisazioni, ci hanno sistemato presso la zona del coro. L’attesa è stata molto particolare. Dal sagrato si poteva osservare il mare di persone arrivare in piazza, difatti, in poco tempo era divenuta stracolma così come via della Conciliazione e, immaginavo, anche tutta Roma. I colori più diffusi erano quelli che fanno battere più forte il mio cuore, cioè il bianco e il rosso, la bandiera della Polonia.
Si stava avvicinando il solenne momento dell’inizio della celebrazione. Stavano osservando gli ultimi arrivi delle autorità e dei rappresentanti di paesi di tutto il mondo, che avevano il posto proprio davanti a noi; quand’ecco che le campane hanno incominciato a suonare. Dopo un breve silenzio, si è dato inizio alla lettura, in varie lingue, dei brani delle omelie di Giovanni Paolo II, seguita dalla recita della Coroncina della Divina Misericordia. Forse non è possibile descrivere ciò che ho provato in quei momenti, qualsiasi parola non sarebbe adatta ad esprimere quell’emozione particolare, una sorta di responsabilità, perchè proprio Gesù aveva voluto che il culto della Divina Misericordia si diffondesse ed avevo preso coscienza che noi, in questa occasione, lo stavamo annunciando al mondo intero. Abbiamo vissuto un momento di profonda preghiera in un clima di comunione tutta particolare. Al termine ebbe inizio la Celebrazione dell’Eucaristia. Ho potuto parteciparvi quasi dal di dentro, perché ero vicinissima all’altare e al Pontefice. Particolare è stato il momento in cui il Papa Benedetto ha annunciato che Giovanni Paolo II era Beato ed è stata scoperta la sua l’immagine: una commozione indescrivibile con qualche lacrima di commozione e una grande gioia, nessuna parola, nessun commento. Salivano solo inni di lode verso il cielo. La solenne celebrazione è finita verso le 12,30 ma la Capitale ha continuato a festeggiare per diversi giorni.
Noi, invece, siamo tornate a Genova, nelle nostre comunità, nello stesso giorno, portandoci nel cuore un’esperienza indescrivibile. Il Signore ci ha dato tanto e il mio desiderio è che non rimanga solo un bel ricordo ma che sia motivo per un significativo passo avanti, per me e per tutti, nel cammino verso il Signore.

 

 

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